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Quando il Duce trescava con la perfida Albione

Il nuovo libro di Fabio Andriola riapre la questione sul carteggio segreto Mussolini/Churchill. Ecco come si può dimostrare che i celebri documenti mai trovati in realtà esistono. E perché qualora fossero prodotti costringerebbero gli storici della vulgata a modificare il parere su Benito e la sua politica

Con il libro Carteggio segreto Churchill-Mussolini, appena uscito per SugarCo, Fabio Andriola, fondatore e direttore dell’unica rivista di storia presente nelle nostre edicole, Storia in rete, si conferma come uno dei più credibili storici della Seconda guerra mondiale e il più autorevole dei “dongòlogi” di seconda generazione, intendendo come tali lo stuolo di ricercatori che, da oltre mezzo secolo, indagano sui misteri della morte di Mussolini e di Claretta Petacci e sui segreti della fine del Fascismo a Dongo, sul lago di Como.

Il libro era atteso. Si tratta infatti di una riedizione completamente rivista, ampliata, arricchita di nuovi documenti e perfezionata, di un successo decennale di Andriola, quel Carteggio segreto pubblicato nel 1996 da Piemme che per primo ricostruì l’allora misterioso (e ora non più) scambio di lettere tra i capi delle due nazioni europee in guerra. Tra Churchill e Mussolini non esisteva certo l’odio che esisteva tra Churchill e Hitler. Mentre tra costoro non esisteva alcuna possibilità d’intesa, tra il premier britannico e il capo del Fascismo c’erano stati, in passato, stima e amicizia, e addirittura rapporti di lavoro, essendo stato Churchill per lungo tempo collaboratore ben pagato del giornale del Duce Il Popolo d’Italia.

Il libro, documentatissimo, dimostra ad abundantiam che, al di là degli atteggiamenti ufficiali dei due personaggi (Mussolini e la sua «perfida Albione»; Churchill e il suo «Un uomo, un uomo solo ha la responsabilità di avere trascinato l’Italia in guerra»), c’erano legami sotterranei e segretissimi tra i due. E che a questi legami occorre fare riferimento per ricostruire finalmente la verità storica.
Tra l’altro, Andriola riconosce con onestà i meriti a chi lo ha preceduto in questa fatica, allorché scrive che «se sui fatti di Dongo abbiamo qualche certezza lo dobbiamo quasi esclusivamente ad una nutrita pattuglia di giornalisti di generazioni diverse (su tutti Ferruccio Lanfranchi, Franco Bandini, Giorgio Pisanò) che, insieme ad alcuni studiosi, hanno messo insieme una massa imponente di informazioni e testimonianze cui ormai anche la più schizzinosa accademia non può non far ricorso se vuol recuperare il terreno perduto».

Dove sono ora le carte?
Una domanda caustica e intelligente apre il sipario: come spiegare una serie di accadimenti sulla base di un piano politico fondato sul possesso e lo scambio di documenti riservati, se questi documenti non ci sono? D’altro canto di quei documenti sappiamo molto, così come sappiamo abbastanza sulla cura che venne riservata loro da chi li deteneva e sulla caccia – purtroppo per noi italiani, fortunata – di chi li cercò. Il che significa che le carte finirono nelle mani di chi dovevano finire: cioè di Churchill. «Ma tutte le vicende di Dongo», scrive e dimostra Andriola, «hanno alla base ordini verbali, segreti custoditi fino alla tomba, memoriali spariti, depistaggi, insospettabili legami, furti e omicidi con più letture, menzogne ufficiali, reticenze diffuse. E se non fosse stato per il grande lavoro di pochi in sessant’anni, oggi non avremmo alcuna speranza di far filtrare un po’ di luce in quell’incredibile groviglio».

Adesso la luce c’è. è questo libro a fornircela. Esso conclude una parabola iniziata nel 1995, allorché alcune frasi di Renzo De Felice, il più noto e autorevole storico italiano del fascismo, contenute in libro-intervista (disse, in sostanza, di credere che il Duce fosse stato ucciso dagli inglesi e non dai partigiani comunisti), capovolsero una volgata storica durata mezzo secolo. De Felice diede per scontata l’esistenza del carteggio tra i due statisti (un carteggio niente affatto interrottosi allo scoppiare della guerra ma durato anche negli anni seguenti) e fu molto significativo che un simile giudizio giungesse da un autorevole esponente del mondo accademico dopo decenni d’inchieste giornalistiche, memoriali, testimonianze, documenti a senso unico.

Il libro dimostra in maniera definitiva e inconfutabile l’esistenza di un carteggio Mussolini/Churchill, definizione convenzionale con la quale vanno intesi tutti quei contatti diplomatici segreti intercorsi subito prima e durante la Seconda guerra mondiale tra Italia e Gran Bretagna. La dimostrazione poggia su solide basi. Ne riassumiamo due, le principali:
- Mussolini aveva carte cui annetteva grandissima importanza e fece di tutto per metterle al riparo e per riprodurle onde poterne disporre nel dopoguerra, verosimilmente a scopi di autodifesa. Sempre Mussolini, di cui si può dir tutto tranne che fosse un politico sprovveduto, dichiarò svariate volte di avere adeguate “pezze di appoggio” per dimostrare le proprie buone ragioni sia ai suoi nemici che alla Storia.
- Gli inglesi mostrarono grande interesse per le carte di Mussolini ben prima dell’aprile 1945. E, dopo la morte del dittatore italiano, lasciarono molte tracce della loro intensa attività di intelligence, tesa proprio a recuperare dossier provenienti dagli archivi di Mussolini. Questa attività si protrasse per anni dopo la guerra.

Del resto da che mondo è mondo la diplomazia segreta, o parallela, è parte integrante dei rapporti internazionali sia in tempo di pace sia in tempo di guerra. Si può ricordare che, ad esempio, l’Italia nella Prima guerra mondiale era entrata nel conflitto sulla base di un accordo segreto stipulato con Francia e Gran Bretagna. E che contatti e sondaggi di pace tra belligeranti (compresi italiani e inglesi) sono provati per tutto il corso della Seconda guerra mondiale. Come è possibile a questo punto negare, anche semplicemente in via ipotetica, che Londra e Roma (e poi anche Salò) abbiano tenuto dei contatti riservati tra il 1940 e il 1945, e che di quei contatti siano rimaste tracce cartacee?

Queste osservazioni riconducono il lettore sul punto focale del libro-inchiesta di Andriola: l’archivio di Mussolini. In tanti anni di governo, il Duce aveva messo da parte importanti e probabilmente compromettenti dossier non solo su Casa Savoia e suoi principali esponenti ma anche sull’intero gotha del fuoriuscitismo e dell’antifascismo italiano. Tutto materiale che è sparito insieme con le lettere scambiate da Mussolini con Churchill e altri statisti dell’epoca. Infine, sempre per il mondo antifascista, ammettere ufficialmente l’esistenza di carte segrete sottratte a Mussolini prima della sua uccisione poteva voler dire riaprire questioni scottanti come ad esempio il presunto salvataggio di Nenni dalle mani dei tedeschi o, ancora peggio, la questione del delitto Matteotti. E se, a questo proposito, ricordiamo che alcuni anni fa De Felice ha accusato esplicitamente Palmiro Togliatti di aver fatto distruggere gli incartamenti relativi all’affaire Matteotti custoditi da Mussolini, e se teniamo presente che quegli stessi incartamenti avevano convinto dell’estraneità del dittatore in quell’oscuro delitto uno dei suoi più strenui e accaniti accusatori dell’epoca, Carlo Silvestri, allora i termini dell’equazione sono chiari e comprensibili a chiunque.

Rachele e Claretta
Gli stessi nostalgici del Fascismo – nota l’autore – hanno sempre voltato le spalle all’ipotesi dei contatti segreti tra Mussolini e Churchill, senza rendersi conto che, in tal modo, facevano proprio il gioco dei nemici, cioè gli inglesi, assolutamente contrari a far sapere che il loro primo ministro, il campione della resistenza europea e democratica al nazi-fascismo, aveva trescato a lungo con Mussolini.
Senza tener conto del fatto che sorvolare sull’atteggiamento disinvolto tenuto verso la persecuzione degli ebrei nell’Europa occupata o verso alcuni movimenti partigiani, così come su alcune azzardate scelte politiche, era una evidente necessità per l’Inghilterra uscita vincitrice dalla guerra. Esigenza strettamente connessa alla salvaguardia del mito Churchill, che di anno in anno riceve ormai furiose picconate che mettono in luce la natura ambigua e spregiudicata del premier inglese. Infine, un carteggio Mussolini/Churchill non può certo far comodo a quella buona parte degli storici che, ideologicamente condizionati, numericamente prevalenti e politicamente ed editorialmente bene introdotti, si vedrebbero costretti se non a riscrivere almeno a rivedere in parte cause e motivazioni dell’ingresso italiano nella Seconda guerra mondiale.

Occorre poi porre in risalto le decine di nuovi documenti qui scoperti e resi noti dall’autore. Tra i tanti, notevole la lettera che il 3 aprile 1945 Allen Dulles, il responsabile per l’Europa dell’OSS, i servizi segreti americani, scrisse al capo del Corpo Volontari della Libertà (CVL), generale Raffele Cadorna, chiedendo all’italiano di localizzare e catturare al momento opportuno Mussolini e di consegnarlo vivo alle forze statunitensi onde prevenire la sua liquidazione fisica da parte dei settori più estremisti del movimento partigiano, controllati e ispirati dagli inglesi. Il che lascia chiaramente intendere che gli stessi americani si fidavano fino a un certo punto dei loro principali alleati, se non altro in ordine alla sorte che questi ultimi avrebbero riservato a Mussolini. Accurata e documentata è poi la ricostruzione storica, contenuta specialmente nel capitolo quinto, di decine di episodi (tra i principali le vicende di Rudolf Hess e di Heinrich Himmler) che rivelano le segrete e spregiudicate manovre di Churchill all’interno della coalizione avversaria.

Dal capitolo ottavo, intitolato “Altri testi a favore”, emerge la testimonianza, fino a oggi ingiustamente trascurata, di donna Rachele, in merito ai rapporti tra il Duce e Churchill. «I documenti», testimoniò donna Rachele, «si trovavano in una cartella che aveva con sé quando fu fatto prigioniero a Dongo. Sparirono, naturalmente, quando fu assassinato […]. Da parte mia mi son sempre chiesta se gli uomini che lo assassinarono non avessero ricevuto ordini precisi da Mosca o da Londra, per impedire che Mussolini cadesse nelle mani degli americani e per eliminare il nemico numero uno del comunismo». Testimonianza alla quale posso aggiungere quanto mi raccontò, molti anni or sono, il nipote di donna Rachele, Guido Mussolini, figlio di Vittorio, confidandosi con il quale un giorno la nonna ebbe a dirgli, in dialetto romagnolo: “Me l’han masà i inglès” («Me lo hanno ammazzato gli inglesi»).

Uno dei capitoli più intriganti, il quattordicesimo, intitolato “L’altra faccia di Claretta”, è un’inchiesta a fondo sul ruolo giocato dall’amante del Duce negli ultimi tempi di Salò. Oltre all’iconografia dominante, in cui fascisti e antifascisti riconoscono alla figura della Petacci una nobiltà d’animo, un disinteresse personale e un coraggio ammirevoli (dei quali non è lecito dubitare), esiste una realtà della quale occorre tenere conto: la giovane donna non sempre in modo pienamente consapevole fu a lungo, e fino alla fine, coinvolta in un gioco più grande di lei e di cui tenevano le fila non solo i tedeschi ma anche gli anglo-americani. Non a caso De Gasperi, arrivato al governo, mandò i carabinieri a prendere le carte di Claretta: lettere scambiate tra Mussolini e la Petacci e i diari della donna. E fu impossibile qualunque verifica, perché il governo dispose il segreto. Un segreto che dura tuttora.

Pubblicato il 24/6/2007 alle 5.39 nella rubrica Diario.

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