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12 luglio 2007
IL MINISTRO DEI CLANDESTINI RUBA AGLI ITALIANI PER DARE AGLI ISLAMICI
Quello che i ministri comunisti di questo governo ancora non sono riusciti a fare con la nuova legge che andrà in scena presto, sulla libertà religiosa, che sarebbe poi il passepartout per i matrimoni poligamici e affini, il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero è riuscito a fare rubando agli italiani 50 milioni di euro per destinarli a un progetto che viene chiamato “Laboratorio Cittadinanza”.

ECCOVI IL PROGETTO SPAVENTOSO DEL PIU’ IGNORANTE DEI MINISTRI ITALIANI  
Comunicato stampa
Giovedì 12 luglio alle ore 11.30 conferenza stampa del Ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero alla Grande Moschea di Roma a conclusione del progetto pilota “Laboratorio Cittadinanza”: un percorso formativo di educazione civica destinato agli immigrati musulmani.

Giovedì 12 luglio alle ore 11,30 il Ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il responsabile del Centro Islamico Culturale d’Italia Abdallah Redouane incontreranno i giornalisti in occasione della conferenza stampa - l’incontro sarà coordinato da  Mostafa El Ayoubi caporedattore della rivista Confronti - indetta a conclusione  del progetto pilota “Laboratorio Cittadinanza”: un percorso formativo di educazione civica destinato agli immigrati musulmani, promosso dal Ministero della Solidarietà sociale  e attuato dalla rivista Confronti  in collaborazione  con il Centro Islamico Culturale d’Italia  - Grande Moschea –

Il progetto è composto da due filoni:
uno linguistico (di lingua italiana) per le donne realizzato presso il Centro Islamico Culturale d’Italia – Grande Moschea; e uno di cultura generale e di educazione civica effettuato presso la Moschea Al fath di via  della Magliana, a Roma.

Il corso è il primo del genere che sia stato realizzato e tenuto in luogo di culto. Condotto da esperti
docenti italiani e da giornalisti, e centrato sugli aspetti fondamentali della Carta Costituzionale, sulla storia recente del nostro paese e sulla conoscenza del territorio italiano, il corso è stato frequentato da 20  uomini e 15 donne appartenenti alla comunità musulmana della Capitale.

Il progetto “Laboratorio Cittadinanza” si inserisce nelle iniziative assunte dal Ministero della Solidarietà sociale per favorire l’inclusione sociale e l’integrazione degli immigrati, a partire dalla costituzione di un Fondo ad hoc per cui sono già stati stanziati 50 milioni di euro.

La conferenza stampa si svolgerà alla Moschea di Roma (viale della Moschea 85).
(per partecipare i giornalisti e le troupe devono accreditarsi all’indirizzo
stampa@solidarietasociale.gov.it o telefonare allo 06/36754033-4642)

Ufficio Stampa Ministero della Solidarietà sociale
Roma, 10 luglio 2007

  
Ma se ci hanno salassato con le tasse, e gli aumenti su tutti i fronti, hanno aumentato le spese dell’amministrazione Statale e non hanno adeguato nemmeno le pensioni minime e degli invalidi....
Ma come si permette questo Ferrero di rubare letteralmente 50 milioni di euro, che corrispondono a 100 miliardi vecchie lire agli italiani, per destinarle a un progetto demenziale, che non avrebbe bisogno di un così enorme quell’impiego di denaro, e che oltretutto va a sovvenzionare gli integralisti, con metodi fondamentalisti?

Abbiamo una serie di istituti scolastici discretamente vuoti? Sì li abbiamo.
Abbiamo un numero discreto di insegnanti in cerca di occupazione? Sì, li abbiamo.
Abbiamo una divisione fra la laicità dello stato e la religione? Si l’abbiamo.
E allora, come si fa a sovvenzionare con una cifra così spropositata, che rappresenta un vero schiaffo in faccia alla miseria di tanti poveri italiani, che non hanno nemmeno i soldi per mandare i figli all’università?
Ma si rende conto Ferrero di quanti insegnanti di sostegno mancano nelle scuole, perché non ci sono i fondi?  E di quante scuole italiane cadano a pezzi, sempre per mancanza di fondi?
E Ferrero sarebbe il ministro della solidarietà sociale? Ferrero è il ministro del disfacimento sociale!!
Ferrero è lo stesso deficente che voleva le stanze del buco, e per questo è un ministro pericoloso, perché è un incompetente, non ha capito nulla del bene sociale. Non bastasse questo è un razzista della peggior specie: l’ignorante.

Con la sua trovata, che non si capisce nemmeno a chi giovi,  con quell’enorme impiego di denaro regalato a una comunità religiosa ricchissima, la cui sede è in Arabia Saudita e a suon di petroldollari sta sovvenzionando progetti a iosa in tutto il mondo per infiltrarsi e perseguire il proprio scopo politico, vuole bypassare alcuni articoli della Costituzione Italiana e della legge, che diventano carta straccia.  
Basterebbero già questi pochi articoli della Costituzione per gridare alla blasfemia. di un ministro che dovrebbe custodire con sacralità la Costituzione per difendere i diritti di tutti i cittadini e non a danno di alcuni cittadini favorendo altri.

In questo caso poi Ferrero commette un atto di vero razzismo.  
Mai prima d’ora si era assistito ad una così chiara discriminazione nel confronto non solo della religione cattolica, ma di tutte le altre religioni presenti sul territorio italiano.
Ma in virtù di cosa lo stato italiano si deve fare carico di “progetti speciali” in Moschea che è proprio il fulcro della propaganda anticattolica, antioccidentale, antisemita, antiamericana, antiumana.
Lo sa Ferrero che i libri di testo scolastici che vengono stampati direttamente in Arabia Saudita, per distribuirli in tutto il mondo riportano nei loro testi che noi cristiani siamo maiali e che gli ebrei sono scimmie e che con noi non debbono intessere rapporti amichevoli, a meno di convertirci e che alla fine del progetto politico siamo destinati a convertirci o perire?

E si ricorda Ferrero di quante diatribe in Consulta perché i fondamentalisti dell'ucoii rappresentati da Nour Dachan non volevano firmare la carta dei diritti, come non l'hanno firmata in quanto ritenevano che si discriminavano loro e pretendevano fossero inseriti articoli per tutte le altre confessioni religiose.  
Come mai qui Nour Dachan e accoliti non hanno nulla da obiettare?
La discriminazione contro le altre religioni va bene vero signor ministro dei miei stivali?
Intanto nessuno osa quanto osano i musulmani, perciò pososno anche subire in silenzio e in bellaffanculo alla solidarietà sociale ci sta proprio bene, visto che lo da proprio il ministro che dovrebbe tutelarla.
 

COSTITUZIONE ITALIANA – ALCUNI ARTICOLI VIOLATI DA FERRERO.  
Art. 3. - Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Art. 8. - Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
art. 20 -  Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.
Art.33 – l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
Art. 51 – Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisisti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini.
Art. 54 – Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.  

E’ bene però precisare altri punti che non si evidenziano bene, ma tutti debbono sapere:
la grande Moschea, quella che ospiterà le donne è quella costruita dagli arabi, gli stessi che hanno generato quella mostruosità del che praticano il separatismo fra i sessi, con discriminazione a svantaggio delle donne ed infatti nella “piccola moschea” gestita dall’ucoii, ci andranno gli uomini per seguire un corso leggermente più completo di quello riservato alle donne.  In fondo a che servono le donne? Basta che abbiano i ventri in grado di procreare, sappiano fare un po’ di conto per risparmiare i soldi, che ovviamente sono del marito, poi tutto il resto è superfluo..

Nell’altra “piccola Moschea” Al fath, la responsabilità è affidata a un personaggio collegato all’ucoii e come avrebbe potuto essere diverso, se il governo sembra voler riconoscere e accreditare solo i sunniti e il loro salafismo?

Sull’Arabia Saudita e sul metodo di insegnamento adottato ci sarebbe anche da precisare che le scuole coraniche e le università religiose saudite sono quelle che hanno istruito negli ultimii 20 anni gran parte dei leader, ideologi e militanti dei movimenti jihadisti internazionali. E Ferrero da ignorante quale dimostra di essere, vuole affidare a una moschea collegata a un paese in cui è radicato il salafismo jiaidista l’istruzione delle donne islamiche immigrate.

Credo che questa volta non dobbiamo lasciarci consegnare nelle mani di chi un giorno forse ci sgozzerà se non ci comporteremo come loro, perché il multiculturalismo di cui si riempiono la bocca gli imbecilli che sono al governo, serve agli integralisti per inoculare il loro seme dentro la democrazia e poi quando questo germoglierà, il multiculturalismo diventerà lo stesso di un’apostasia qualsiasi, perciò condannato con una fatwa che ne impedirà lo sviluppo, proprio come in tutti i paesi integralisti.

Guardate cosa è successo ora nella moschea rossa del Pachistan, e guardatevi intorno per contare e valutare quanti attacchi terroristici avvengono nel mondo e non soltanto nei teatri di guerra, ma nei paesi che in guerra proprio non ci sono e perché?  Per portare a termine il progetto politico, che tanto assomiglia a quello che Hitler fortunatamente non riuscì a realizzare: la razza superiore e l’asservimento di tutto e tutti al nazismo, oggi qualcuno sta facendo in modo che si realizzi il naziislamismo e Ferrero è andato in quella direzione.

Se fossi maligna potrei anche pensare che Ferrero lo ha fatto per i soldi, che si spartiranno le parti in causa, ma maligna non sono e allora non lo dico, ma debbo purtroppo constatare che siamo nelle mani della classe politica peggiore del dopoguerra, mai si erano visti uomini di stato così ignoranti sullo stato, sul diritto, sui doveri che hanno nei confronti dei cittadini che li hanno eletti e soprattutto uomini di stato che lavoravano contro lo stato che li ha fatti ricchi e potenti.

E’ una vergogna che dobbiamo combattere, con i mezzi che la legge mette a nostra disposizione, ma non dobbiamo recedere di un solo passo o finiremo mangiati vivi.
 

Adriana Bolchini Gaigher 

Da LISISTRATA



permalink | inviato da cagnaccio63 il 12/7/2007 alle 5:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
5 luglio 2007
L'importanza di chiamarsi Ernesto "Che" Guevara
Da campione del comunismo a gadget del capitalismo: Ernesto “Che” Guevara fu un burocrate di partito con poca fantasia, un feroce assassino tutt’altro che romantico e un economista da strapazzo che affossò la produzione industriale a Cuba. Ma oggi la stragrande maggioranza dei suoi fan dice: «Ho una maglietta del Che e non so perché». Putroppo a Milano lo celebra persino il Centrodestra

Che Guevara, che tanto (o poco?) ha fatto per abbattere il capitalismo, è oggi ridotto al più classico marchio capitalista. Le sue sembianze adornano tazze, felpe, accendini, portachiavi, portafogli, berretti, sciarpe, bandane, camicie, borse, jeans, confezioni di tè alle erbe. Ma soprattutto il volto del Che, con il suo famoso basco, ci squadra dalle onnipresenti magliette con la fotografia del fidanzato ideale di ogni socialista, scattata da Alberto Korda nei primi anni della rivoluzione cubana un giorno che Guevara gli si parò dinanzi all’obiettivo, creando così quell’immagine che, trentotto anni dopo la sua morte, è ancora il logo del radical-chic (o è forse capital-chic?). Sulle pagine del settimanale «The Observer», Sean O’Hagan ha scritto che esiste addirittura un detersivo con lo slogan «Che lava più bianco!».

Un salto in boutique
I prodotti con l’immagine di Che Guevara sono messi in commercio da grandi imprese e piccole aziende, che vanno dalla Burlington Coat Factory, che ha prodotto uno spot pubblicitario con un giovane in pantaloni militari e maglietta del Che, alla Flamingo’s Boutique di Union City, nel New Jersey, il cui proprietario ha gelato le proteste degli esuli cubani della zona con la secca replica: «Io vendo tutto quello che vogliono i miei clienti». Anche i rivoluzionari non hanno sdegnato di accostarsi alla mangiatoia: si va da The Che Store, il sito internet che può soddisfare «tutte le vostre esigenze rivoluzionarie », al giornalista italiano Gianni Minà, che ha venduto a Robert Redford i diritti cinematografici del diario tenuto da Guevara durante il suo viaggio in motocicletta del 1952 in diversi paesi del Sudamerica, in cambio della possibilità di girare un documentario sulla realizzazione del film I diari della motocicletta.

Per non parlare poi di Alberto Granado, che accompagnò il Che durante questo viaggio giovanile e che presta consulenze ai documentaristi (e che oggi, secondo il quotidiano «El País», è capace di lagnarsi, davanti a una bottiglia di Rioja e a un petto d’anatra, del fatto che per colpa dell’embargo americano contro Cuba ha difficoltà a riscuotere i suoi diritti d’autore). E, se vogliamo cogliere l’ironia della storia, basta pensare alla casa di Rosario, la città argentina dove nacque Che Guevara: fino a non molto tempo fa, questo splendido edificio dei primi del ’900, situato all’angolo tra Calle Urquiza e Calle Entre Ríos, era la sede del fondo pensioni privato AFJP Máxima, uno dei frutti della privatizzazione del sistema pensionistico avvenuta in Argentina negli anni ’90.

Un giro in moto
La metamorfosi di Che Guevara in un gadget del capitalismo non è cosa nuova, ma negli ultimi anni il suo marchio ha conosciuto una sorta di revival, tanto più notevole in quanto giunge diversi anni dopo il crollo politico e ideologico di tutto ciò che Guevara ha rappresentato. Questo rinnovato interesse è dovuto principalmente ai Diari della motocicletta, il film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Selles (che, tra l’altro, non è che una delle tre pellicole dedicate a Che Guevara realizzate negli ultimi due anni. Le altre due sono state dirette da Josh Evans e da Steven Soderbergh). Ambientato nello spettacolare scenario di paesaggi evidentemente sfuggiti ai degradanti effetti del capitalismo, il film mostra il giovane Guevara in un viaggio alla scoperta di se stesso, mentre la sua nascente coscienza sociale incontra esempi di sfruttamento sociale ed economico, gettando le basi per una reinvenzione in stile new wave dell’uomo che Sartre definì l’essere umano più completo della nostra epoca.

A essere più precisi, tuttavia, il revival di Che Guevara è iniziato nel 1997, in occasione del tredicesimo anniversario della sua morte. Quell’anno furono pubblicate ben cinque biografie del Che e i suoi resti mortali vennero rinvenuti nei pressi della pista d’atterraggio dell’aeroporto di Vallegrande, in Bolivia, dopo che un generale boliviano in pensione, con eccezionale tempismo, svelò il luogo esatto dove erano sepolti. L’anniversario attirò nuovamente l’attenzione sulla famosa fotografia, scattata da Freddy Alborta, del cadavere del rivoluzionario argentino disteso su di un tavolo, ripreso di scorcio, che crea un quadro intenso e drammatico come il Cristo morto del Mantegna.

Quattro calci con l’Arsenal
È normale che i seguaci di un culto non conoscano la vera storia del loro eroe e che siano per lo più ignari della verità storica (non pochi rasta, ad esempio, cesserebbero di venerare l’ex imperatore d’Etiopia Hailé Selassié, se avessero la più vaga idea di chi fosse in realtà). Non sorprende, quindi, che i seguaci moderni di Che Guevara, i suoi nuovi ammiratori postcomunisti, continuino a illudersi aggrappandosi a un mito (con la possibile eccezione di quei giovani argentini che hanno coniato l’espressione «Tiengo una remera del Che y no sé por qué», ossia «Ho una maglietta del Che e non so perché»).

Prendiamo in considerazione chi, negli ultimi anni, ha innalzato l’effigie del Che come un vessillo di giustizia e di ribellione contro gli abusi del potere. In Libano, i dimostranti che protestavano contro la Siria intorno alla tomba dell’ex primo ministro Rafiq Hariri avevano con sé l’immagine di Che Guevara.
Thierry Henry, attaccante dell’Arsenal, si è presentato a un ricevimento della FIFA indossando la maglietta rossa e nera con il volto del Che. In una recensione del film La terra dei morti viventi di George A. Romero, pubblicata non molto tempo fa sul «New York Times», Manohla Dargis osservava che «lo shock più grande per lo spettatore, molto probabilmente, è la trasformazione di uno zombie nero in un ardente rivoluzionario», concludendo che «alla fin fine, il Che vive e lotta insieme a noi».

Durante un incontro in Venezuela con Hugo Chávez, sul braccio destro del grande Diego Armando Maradona faceva bella mostra di sé un tatuaggio con il volto di Che Guevara. A Stavropol, città della Russia meridionale, i dimostranti che protestavano contro la gestione dei fondi dell’assistenza sociale hanno occupato la piazza principale della città inalberando bandiere con la faccia di Che Guevara.

Una cena di gala a Sydney
A San Francisco, City Lights Books, la leggendaria libreria patria della letteratura beat, offre ai propri clienti un reparto dedicato all’America Latina nel quale una buona metà degli scaffali è occupata da libri dedicati al Che. José Luis Montoya, un poliziotto messicano che si batte contro i trafficanti di droga nella città di Mexicali, porta una bandana con l’effigie del Che perché, così dice, lo fa sentire più forte. Nel campo profughi di Dheisheh, in Cisgiordania, tra gli omaggi all’intifada esposti su di un muro, campeggiano anche i poster di Che Guevara.
Un settimanale di Sydney, in Australia, dedicato alla vita sociale della città, ritiene che i tre ospiti ideali di una cena di gala siano Alvar Aalto, Richard Branson e Che Guevara. Leung Kwok-hung, il deputato ribelle del Consiglio Legislativo di Hong Kong, sfida le ire di Pechino indossando una maglietta del Che.

In Brasile, Frei Betto, consigliere del presidente Lula da Silva e incaricato di dirigere il programma Fame Zero, afferma che «avremmo dovuto ascoltare meno Trockij e più Che Guevara ». E, per finire con l’avvenimento probabilmente più famoso, durante la cerimonia di premiazione degli Oscar del cinema del 2006, quando Carlos Santana e Antonio Banderas hanno eseguito il tema musicale de I diari della motocicletta, il musicista rock si è presentato sul palco con una maglietta del Che e un crocifisso. Le manifestazioni del nuovo culto del Che sono onnipresenti e il suo mito è tornato ad accendere gli animi di individui che si battono per cause che, per la maggior parte, rappresentano l’esatto contrario della vera natura di Che Guevara.

Nessun uomo è del tutto privo di doti che ne riscattano, almeno in parte, il carattere. Nel caso di Che Guevara, queste doti possono aiutarci a capire il divario che separa la realtà dal mito. La sua onestà (a dire il vero, alquanto parziale) ha fatto sì che Guevara ci abbia lasciato delle testimonianze scritte delle sue crudeltà, comprese alcune azioni alquanto sgradevoli (anche se non le peggiori). [...]

Amava molto la morte. Altrui
Per quanto Guevara fosse innamorato della propria morte, era molto più innamorato di quella altrui. Nell’aprile del 1967, parlando per esperienza personale, sintetizzò come segue il suo sanguinario ideale di giustizia nel Messaggio alla Tricontinentale: «L’odio come fattore di lotta – l’odio intransigente contro il nemico – che spinge oltre i limiti naturali dell’essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere». Anche i suoi scritti precedenti sono costellati da analoghi esempi di violenza retorica e ideologica. Sebbene la sua ex fidanzata Chichina Ferreyra dubiti che il manoscritto dei diari del viaggio in motocicletta contenesse davvero la frase: «Sentivo le mie narici dilatarsi nell’assaporare l’odore acre della polvere da sparo e il sangue del nemico», non v’è dubbio che il giovane Guevara abbia detto a Granado: «Una rivoluzione senza sparare un solo colpo? Sei pazzo».

In altre occasioni, questo giovane bohémien dimostrò di non saper distinguere la leggerezza della morte come spettacolo dalla tragedia delle vittime della rivoluzione. In una lettera alla madre scritta nel 1954 dal Guatemala, dove fu testimone del rovesciamento del governo rivoluzionario di Jacobo Arbenz, annotava che: «È stato un gran divertimento, tra bombe, discorsi e altre distrazioni per rompere la monotonia nella quale vivevo».

«Vivo e assetato di sangue»
Lo stato d’animo di Guevara durante il viaggio dal Messico a Cuba, compiuto con Castro a bordo del battello Granma, viene colto dalla frase contenuta in una lettera a sua moglie scritta il 28 gennaio 1954, poco tempo dopo lo sbarco sul suolo cubano, pubblicata in seguito nel libro Ernesto: una biografia di Che Guevara nella Sierra Maestra: «Eccomi qua, nella foresta cubana, vivo e assetato di sangue». Questa mentalità veniva rafforzata dalla convinzione che Arbenz fosse stato spodestato perché non aveva fatto giustiziare i suoi potenziali avversari. In una precedente lettera all’ex fidanzata Tita Infante, Guevara osservava che «se ci fosse stata qualche esecuzione, il governo avrebbe conservato la possibilità di rispondere colpo su colpo». Non sorprenderà sapere che, sia durante la lotta armata contro il regime di Batista, sia dopo la trionfale entrata all’Avana, Che Guevara assassinò personalmente o supervisionò l’esecuzione, dopo un processo sommario, di decine e decine di persone, alcune nemici accertati della rivoluzione, altre semplici sospetti, altre ancora sventurati che si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Nel gennaio del 1957, come indica il diario tenuto sulla Sierra Maestra, Guevara uccise il guerrigliero Eutimio Guerra solo perché sospettato di passare informazioni al nemico: «Ho risolto il problema con una pallottola calibro .32 nella tempia destra. […] Ora ho io le sue cose». In seguito il Che giustiziò Aristidio, un contadino che aveva detto di volersene andare quando fossero arrivati i ribelli. Per quanto Guevara si chiedesse se «la sua colpa era davvero abbastanza grande da meritare la morte», non ebbe alcuno scrupolo a ordinare la morte di Echevarría, il fratello di uno dei suoi compagni, ritenuto colpevole di delitti non meglio specificati e liquidato con la frase: «Doveva pagarla». In altre occasioni Che Guevara avrebbe simulato l’esecuzione di alcuni malcapitati come metodo di tortura psicologica.

«Nel dubbio, fucilare»
Luis Guardia e Pedro Corzo, due ricercatori residenti in Florida che stanno lavorando a un documentario su Che Guevara, hanno raccolto la testimonianza di Jaime Costa Vázquez, un ex comandante dell’esercito rivoluzionario conosciuto con il nome di battaglia di «El Catalán». Costa sostiene che la responsabilità di molte delle esecuzioni attribuite a Ramiro Valdés, futuro ministro dell’Interno cubano, debba essere assegnata a Che Guevara: durante la guerriglia condotta nelle montagne di Cuba, Valdés si trovava agli ordini del Che e la consegna era il classico «nel dubbio, fucilare».

Alla vigilia della vittoria, a detta di Costa, il Che ordinò l’esecuzione di una ventina di soldati cubani a Santa Clara, una cittadina del centro di Cuba dove la sua colonna si era portata in previsione dell’assalto finale alle forze di Batista. Marcelo Fernándes-Zayas, un altro ex rivoluzionario che successivamente ha intrapreso la carriera di giornalista, riporta che alcuni soldati furono giustiziati in un hotel del paese, aggiungendo che tra di essi, noti con il soprannome di casquitos, vi erano poveri contadini che si erano arruolati nell’esercito al solo scopo di sfuggire alla disoccupazione.
Ma Che Guevara, la «macchina assassina a sangue freddo», non mostrò appieno quanto fosse spietato finché, immediatamente dopo il crollo del regime di Batista, Castro non lo incaricò di dirigere la prigione di La Cabaña (indubbiamente Castro aveva occhio clinico quando si trattava di scegliere l’uomo giusto per difendere la rivoluzione da eventuali «infezioni»).

Un piccolo Berija caraibico
San Carlos de la Cabaña era un’antica fortezza in pietra edificata nel XVIII secolo per proteggere l’Avana dai pirati inglesi e successivamente trasformata in caserma. Con agghiaccianti analogie con Lavrentij Berija, Guevara diresse nella prima metà del 1959 uno dei più cupi periodi della rivoluzione. Recentemente José Vilasuso, giurista e docente presso l’Università Interamericana di Bayamón a Porto Rico e membro dell’organo incaricato di presiedere ai processi sommari che si svolgevano a La Cabaña, mi ha fatto sapere che
Il Che era a capo della Comisión Depuradora. I processi seguivano la legge della Sierra: c’era un tribunale militare e le direttive del Che stabilivano che dovessimo agire nel modo più risoluto, vale a dire che [gli accusati] erano tutti assassini e che il modo rivoluzionario di procedere doveva essere implacabile. Il mio superiore diretto era Miguel Duque Estrada. Il mio incarico consisteva nel vistare gli incartamenti prima che venissero inviati al Ministero. Le esecuzioni si svolgevano dal lunedì al venerdì, in piena notte, subito dopo la pronuncia della sentenza, che veniva immediatamente confermata dalla corte d’appello. Durante la notte più sanguinosa che rammento, furono fucilate sette persone.

La galera della morte
Recentemente ho avuto una conversazione nella sua casa di Porto Rico con Javier Arzuaga, il cappellano basco incaricato di offrire i conforti religiosi ai condannati a morte e che assistette personalmente a decine di esecuzioni. Ex sacerdote cattolico, oggi settantacinquenne, Arzuaga si definisce «più vicino a Leonardo Boff e alla teologia della liberazione che al cardinale Ratzinger [oggi papa Benedetto XVI]» e ricorda così quel periodo:
C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio adeguato a non più di trecento persone: membri dell’esercito e della polizia di Batista, qualche giornalista, alcuni uomini d’affari e commercianti. Il Tribunale Rivoluzionario era composto da guerriglieri, mentre Che Guevara presiedeva la Corte d’Appello. Il Che non annullò mai alcuna sentenza. Io visitavo i condannati nella “galera de la muerte”. Correva voce che io ipnotizzassi i condannati, perché molti di essi rimanevano calmi, così il Che ordinò che fossi presente alle esecuzioni. Dopo che me ne andai, a maggio, vennero giustiziati molti altri prigionieri, ma personalmente ho assistito a cinquantacinque esecuzioni. C’era un americano, Herman Marks, pare un ex carcerato. Lo avevamo soprannominato «il macellaio», perché adorava dare l’ordine di fare fuoco. In molti casi implorai il Che di usare clemenza con alcuni prigionieri: rammento in particolare il caso di Ariel Lima, un ragazzino. Il Che non cedette mai alle mie insistenze, così come Fidel, che ogni tanto visitavo. Rimasi talmente traumatizzato che verso la fine di maggio del 1959 mi venne ordinato di lasciare la parrocchia di Casa Blanca, dove si trovava La Cabaña, e dove avevo celebrato la messa per i tre anni precedenti, così andai in Messico per farmi curare. Il giorno della mia partenza il Che mi disse che entrambi avevamo cercato di portare l’altro dalla rispettiva parte, ma che entrambi avevamo fallito. Le sue ultime parole furono: «Quando ci toglieremo la maschera, scopriremo di essere nemici».

Quante persone furono giustiziate a La Cabaña? Pedro Corzo parla di circa duecento, una cifra vicina a quella stimata da Armando Lago, docente di economia in pensione che, nel corso dei suoi otto anni di studio delle esecuzioni a Cuba, ha compilato una lista di 217 nomi. Vilasuso mi ha comunicato che, tra il gennaio e la fine di giugno del 1959, data in cui Che Guevara lasciò la direzione della prigione di La Cabaña, furono giustiziate quattrocento persone.
I cablogrammi riservati inviati dall’ambasciata americana all’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlano di «oltre 500» vittime. Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Che Guevara, padre Iñaki de Aspiazú, un sacerdote cattolico basco con simpatie per la rivoluzione, ha parlato di settecento condannati a morte.

Ritorno a Santana
Féliz Rodríguez, un agente della CIA facente parte del gruppo incaricato di dare la caccia a Che Guevara in Bolivia, mi ha detto di aver chiesto al Che, dopo la sua cattura, cosa avesse da dire delle «duemila esecuzioni, o giù di lì» di cui era stato responsabile nella sua esistenza. «[Guevara] disse che erano tutti agenti della CIA e non fece commenti sul numero» ricorda Rodríguez. Le cifre più alte potrebbero comprendere le esecuzioni che ebbero luogo dopo che Guevara abbandonò la direzione della prigione.

Tutto questo ci riporta a Carlos Santana e alla sua maglietta del Che tanto di moda. In una lettera aperta inviata a «El Nuevo Herald» di Miami il 31 marzo del 2006, il grande musicista jazz Paquito D’Rivera ha condannato Santana per la sua scelta d’abbigliamento in occasione degli Oscar, aggiungendo:
Uno di quei cubani [a La Cabaña] era mio cugino Bebo, incarcerato per il solo motivo di essere un cristiano. Bebo ha mi raccontato con infinita amarezza che, alle prime luci dell’alba, dalla sua cella poteva sentire le esecuzioni, decise senza un processo degno di questo nome, dei tanti che morivano gridando «Viva il Cristo re!»

A parte l’omicidio, la brama di potere del Che trovò altri modi di esprimersi. La contraddizione tra la sua passione per i viaggi (a suo modo, una protesta contro i limiti posti dallo Stato nazionale) e il suo impulso a conquistare il potere di ridurre il prossimo in schiavitù è fortissima. [...]
In tutte le fasi della sua vita adulta, la sua megalomania si è manifestata nell’impulso predatorio a impossessarsi della vita e degli averi altrui e di schiacciarne la volontà.

Puritanesimo comunista
Nel 1958, dopo aver preso la città di Sancti Spiritus, Guevara cercò (senza successo) di imporre una sorta di shar’ia, regolamentando i rapporti tra i sessi, l’uso dell’alcol e le scommesse informali, imponendo un genere di puritanesimo che era ben lungi dall’applicare nella sua vita personale. Il Che ordinò inoltre ai suoi uomini di rapinare le banche del paese, una decisione che avrebbe successivamente giustificato in una lettera al suo subordinato Enrique Oltuski nel novembre di quello stesso anno: «Le masse in lotta approvano la rapina delle banche, perché in esse non è depositato uno solo dei loro soldi». L’idea della rivoluzione come licenza per redistribuire la proprietà come meglio credeva condusse questo puritano marxista ad appropriarsi, dopo il trionfo della rivoluzione, della lussuosa residenza di un esule fuggito da Cuba.

L’impulso ad appropriarsi degli averi altrui e di rivendicare il possesso del territorio di altre nazioni era un elemento fondamentale dell’attività politica di Che Guevara, fondata sul puro e semplice esercizio del potere. Nelle sue memorie, il leader egiziano Gamal Abdel Nasser ricorda che una volta Guevara gli chiese quante persone fossero fuggite dal suo paese in seguito alla riforma agraria. Quando Nasser rispose che nessuno aveva lasciato l’Egitto, Guevara disse furiosamente che l’unico modo per misurare la profondità del cambiamento consiste nel numero di individui «che capiscono che nella nuova società per loro non c’è posto». Questo istinto predatorio raggiunse il culmine nel 1965, quando Guevara iniziò a parlare, con l’aria di un dio creatore, dell’«Uomo Nuovo» che egli e la sua rivoluzione avrebbero creato.

Forse forse, meglio Batista
L’ossessione del Che per il controllo collettivista della società lo indusse a collaborare alla creazione dell’apparato di sicurezza destinato a soggiogare sei milioni e mezzo di cubani. [...]
A Cuba il grande rivoluzionario ebbe la possibilità di tradurre in pratica i suoi ideali economici e la sua idea di giustizia sociale. Verso la fine del 1959, infatti, egli assunse l’incarico di direttore della Banca Nazionale di Cuba e del Dipartimento dell’Industria dell’Istituto Nazionale per la Riforma Agraria. Ai primi del 1961, quindi, Guevara divenne ministro dell’Industria del governo cubano. Durante il periodo in cui Che Guevara fu a capo della gran parte dell’economia cubana, si verificò il crollo pressoché completo della produzione di zucchero, l’industrializzazione fallì del tutto e si dovette ricorrere al razionamento. Questo in quella che era stata tra le quattro economie di maggior successo dell’America Latina fin da prima della dittatura di Batista.     



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1 luglio 2007
La politica e l’anti politica
Negli ultimi giorni abbiamo assistito all’inasprirsi delle polemiche politiche, soprattutto a sinistra, circa le intercettazioni e l’uso che ne fanno i giornali. La questione ha risvolti così numerosi che è quasi impossibile circoscriverla in un solo ragionamento. Alla base però resta un sentimento, anzi un risentimento: quello della gente normale nei confronti della politica.

Gli ultimi scandali, vedi Unipol ma anche la deflagrante inchiesta di Catanzaro, al di là delle responsabilità da provare, aumentano lo sconcerto nell’opinione pubblica che non riesce più a distinguere il grano dal loglio. Ma è troppo facile gridare al complotto, come tentano di fare alcuni politici; ed è troppo difficile per noi credere che le gaffes al telefono siano frutto di oscure trame altrui.

La cosa certa è che stiamo assistendo alla fine di un’epoca anche in quella sinistra che ha sempre usato la questione morale come una clava contro gli avversari. D’ora in avanti, i politici che hanno a cuore la propria moralità più che fare del moralismo, e credono davvero nei valori a cui si ispirano, devono dare messaggi forti e inequivoci che le cose possono cambiare e stanno cambiando. Lo devono fare per il bene del Paese e per non accreditare la tesi che tutta la politica faccia schifo.

Di solito si dice che la politica è lo specchio del Paese. Io credo che ne sia lo specchio deforme, perché la gente spesso è meglio dei politici che ha eletto. Poi leggo che in alcune zone d’Italia, Roma e il Sud soprattutto, la percentuale dei professori che hanno inviato certificato medico per bigiare la maturità si aggira sul 20/25 per cento, e mi ricredo.
Il dilemma allora non è più tra politica e anti politica, ma tra Italia e anti Italia.



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24 giugno 2007
Quando il Duce trescava con la perfida Albione
Il nuovo libro di Fabio Andriola riapre la questione sul carteggio segreto Mussolini/Churchill. Ecco come si può dimostrare che i celebri documenti mai trovati in realtà esistono. E perché qualora fossero prodotti costringerebbero gli storici della vulgata a modificare il parere su Benito e la sua politica

Con il libro Carteggio segreto Churchill-Mussolini, appena uscito per SugarCo, Fabio Andriola, fondatore e direttore dell’unica rivista di storia presente nelle nostre edicole, Storia in rete, si conferma come uno dei più credibili storici della Seconda guerra mondiale e il più autorevole dei “dongòlogi” di seconda generazione, intendendo come tali lo stuolo di ricercatori che, da oltre mezzo secolo, indagano sui misteri della morte di Mussolini e di Claretta Petacci e sui segreti della fine del Fascismo a Dongo, sul lago di Como.

Il libro era atteso. Si tratta infatti di una riedizione completamente rivista, ampliata, arricchita di nuovi documenti e perfezionata, di un successo decennale di Andriola, quel Carteggio segreto pubblicato nel 1996 da Piemme che per primo ricostruì l’allora misterioso (e ora non più) scambio di lettere tra i capi delle due nazioni europee in guerra. Tra Churchill e Mussolini non esisteva certo l’odio che esisteva tra Churchill e Hitler. Mentre tra costoro non esisteva alcuna possibilità d’intesa, tra il premier britannico e il capo del Fascismo c’erano stati, in passato, stima e amicizia, e addirittura rapporti di lavoro, essendo stato Churchill per lungo tempo collaboratore ben pagato del giornale del Duce Il Popolo d’Italia.

Il libro, documentatissimo, dimostra ad abundantiam che, al di là degli atteggiamenti ufficiali dei due personaggi (Mussolini e la sua «perfida Albione»; Churchill e il suo «Un uomo, un uomo solo ha la responsabilità di avere trascinato l’Italia in guerra»), c’erano legami sotterranei e segretissimi tra i due. E che a questi legami occorre fare riferimento per ricostruire finalmente la verità storica.
Tra l’altro, Andriola riconosce con onestà i meriti a chi lo ha preceduto in questa fatica, allorché scrive che «se sui fatti di Dongo abbiamo qualche certezza lo dobbiamo quasi esclusivamente ad una nutrita pattuglia di giornalisti di generazioni diverse (su tutti Ferruccio Lanfranchi, Franco Bandini, Giorgio Pisanò) che, insieme ad alcuni studiosi, hanno messo insieme una massa imponente di informazioni e testimonianze cui ormai anche la più schizzinosa accademia non può non far ricorso se vuol recuperare il terreno perduto».

Dove sono ora le carte?
Una domanda caustica e intelligente apre il sipario: come spiegare una serie di accadimenti sulla base di un piano politico fondato sul possesso e lo scambio di documenti riservati, se questi documenti non ci sono? D’altro canto di quei documenti sappiamo molto, così come sappiamo abbastanza sulla cura che venne riservata loro da chi li deteneva e sulla caccia – purtroppo per noi italiani, fortunata – di chi li cercò. Il che significa che le carte finirono nelle mani di chi dovevano finire: cioè di Churchill. «Ma tutte le vicende di Dongo», scrive e dimostra Andriola, «hanno alla base ordini verbali, segreti custoditi fino alla tomba, memoriali spariti, depistaggi, insospettabili legami, furti e omicidi con più letture, menzogne ufficiali, reticenze diffuse. E se non fosse stato per il grande lavoro di pochi in sessant’anni, oggi non avremmo alcuna speranza di far filtrare un po’ di luce in quell’incredibile groviglio».

Adesso la luce c’è. è questo libro a fornircela. Esso conclude una parabola iniziata nel 1995, allorché alcune frasi di Renzo De Felice, il più noto e autorevole storico italiano del fascismo, contenute in libro-intervista (disse, in sostanza, di credere che il Duce fosse stato ucciso dagli inglesi e non dai partigiani comunisti), capovolsero una volgata storica durata mezzo secolo. De Felice diede per scontata l’esistenza del carteggio tra i due statisti (un carteggio niente affatto interrottosi allo scoppiare della guerra ma durato anche negli anni seguenti) e fu molto significativo che un simile giudizio giungesse da un autorevole esponente del mondo accademico dopo decenni d’inchieste giornalistiche, memoriali, testimonianze, documenti a senso unico.

Il libro dimostra in maniera definitiva e inconfutabile l’esistenza di un carteggio Mussolini/Churchill, definizione convenzionale con la quale vanno intesi tutti quei contatti diplomatici segreti intercorsi subito prima e durante la Seconda guerra mondiale tra Italia e Gran Bretagna. La dimostrazione poggia su solide basi. Ne riassumiamo due, le principali:
- Mussolini aveva carte cui annetteva grandissima importanza e fece di tutto per metterle al riparo e per riprodurle onde poterne disporre nel dopoguerra, verosimilmente a scopi di autodifesa. Sempre Mussolini, di cui si può dir tutto tranne che fosse un politico sprovveduto, dichiarò svariate volte di avere adeguate “pezze di appoggio” per dimostrare le proprie buone ragioni sia ai suoi nemici che alla Storia.
- Gli inglesi mostrarono grande interesse per le carte di Mussolini ben prima dell’aprile 1945. E, dopo la morte del dittatore italiano, lasciarono molte tracce della loro intensa attività di intelligence, tesa proprio a recuperare dossier provenienti dagli archivi di Mussolini. Questa attività si protrasse per anni dopo la guerra.

Del resto da che mondo è mondo la diplomazia segreta, o parallela, è parte integrante dei rapporti internazionali sia in tempo di pace sia in tempo di guerra. Si può ricordare che, ad esempio, l’Italia nella Prima guerra mondiale era entrata nel conflitto sulla base di un accordo segreto stipulato con Francia e Gran Bretagna. E che contatti e sondaggi di pace tra belligeranti (compresi italiani e inglesi) sono provati per tutto il corso della Seconda guerra mondiale. Come è possibile a questo punto negare, anche semplicemente in via ipotetica, che Londra e Roma (e poi anche Salò) abbiano tenuto dei contatti riservati tra il 1940 e il 1945, e che di quei contatti siano rimaste tracce cartacee?

Queste osservazioni riconducono il lettore sul punto focale del libro-inchiesta di Andriola: l’archivio di Mussolini. In tanti anni di governo, il Duce aveva messo da parte importanti e probabilmente compromettenti dossier non solo su Casa Savoia e suoi principali esponenti ma anche sull’intero gotha del fuoriuscitismo e dell’antifascismo italiano. Tutto materiale che è sparito insieme con le lettere scambiate da Mussolini con Churchill e altri statisti dell’epoca. Infine, sempre per il mondo antifascista, ammettere ufficialmente l’esistenza di carte segrete sottratte a Mussolini prima della sua uccisione poteva voler dire riaprire questioni scottanti come ad esempio il presunto salvataggio di Nenni dalle mani dei tedeschi o, ancora peggio, la questione del delitto Matteotti. E se, a questo proposito, ricordiamo che alcuni anni fa De Felice ha accusato esplicitamente Palmiro Togliatti di aver fatto distruggere gli incartamenti relativi all’affaire Matteotti custoditi da Mussolini, e se teniamo presente che quegli stessi incartamenti avevano convinto dell’estraneità del dittatore in quell’oscuro delitto uno dei suoi più strenui e accaniti accusatori dell’epoca, Carlo Silvestri, allora i termini dell’equazione sono chiari e comprensibili a chiunque.

Rachele e Claretta
Gli stessi nostalgici del Fascismo – nota l’autore – hanno sempre voltato le spalle all’ipotesi dei contatti segreti tra Mussolini e Churchill, senza rendersi conto che, in tal modo, facevano proprio il gioco dei nemici, cioè gli inglesi, assolutamente contrari a far sapere che il loro primo ministro, il campione della resistenza europea e democratica al nazi-fascismo, aveva trescato a lungo con Mussolini.
Senza tener conto del fatto che sorvolare sull’atteggiamento disinvolto tenuto verso la persecuzione degli ebrei nell’Europa occupata o verso alcuni movimenti partigiani, così come su alcune azzardate scelte politiche, era una evidente necessità per l’Inghilterra uscita vincitrice dalla guerra. Esigenza strettamente connessa alla salvaguardia del mito Churchill, che di anno in anno riceve ormai furiose picconate che mettono in luce la natura ambigua e spregiudicata del premier inglese. Infine, un carteggio Mussolini/Churchill non può certo far comodo a quella buona parte degli storici che, ideologicamente condizionati, numericamente prevalenti e politicamente ed editorialmente bene introdotti, si vedrebbero costretti se non a riscrivere almeno a rivedere in parte cause e motivazioni dell’ingresso italiano nella Seconda guerra mondiale.

Occorre poi porre in risalto le decine di nuovi documenti qui scoperti e resi noti dall’autore. Tra i tanti, notevole la lettera che il 3 aprile 1945 Allen Dulles, il responsabile per l’Europa dell’OSS, i servizi segreti americani, scrisse al capo del Corpo Volontari della Libertà (CVL), generale Raffele Cadorna, chiedendo all’italiano di localizzare e catturare al momento opportuno Mussolini e di consegnarlo vivo alle forze statunitensi onde prevenire la sua liquidazione fisica da parte dei settori più estremisti del movimento partigiano, controllati e ispirati dagli inglesi. Il che lascia chiaramente intendere che gli stessi americani si fidavano fino a un certo punto dei loro principali alleati, se non altro in ordine alla sorte che questi ultimi avrebbero riservato a Mussolini. Accurata e documentata è poi la ricostruzione storica, contenuta specialmente nel capitolo quinto, di decine di episodi (tra i principali le vicende di Rudolf Hess e di Heinrich Himmler) che rivelano le segrete e spregiudicate manovre di Churchill all’interno della coalizione avversaria.

Dal capitolo ottavo, intitolato “Altri testi a favore”, emerge la testimonianza, fino a oggi ingiustamente trascurata, di donna Rachele, in merito ai rapporti tra il Duce e Churchill. «I documenti», testimoniò donna Rachele, «si trovavano in una cartella che aveva con sé quando fu fatto prigioniero a Dongo. Sparirono, naturalmente, quando fu assassinato […]. Da parte mia mi son sempre chiesta se gli uomini che lo assassinarono non avessero ricevuto ordini precisi da Mosca o da Londra, per impedire che Mussolini cadesse nelle mani degli americani e per eliminare il nemico numero uno del comunismo». Testimonianza alla quale posso aggiungere quanto mi raccontò, molti anni or sono, il nipote di donna Rachele, Guido Mussolini, figlio di Vittorio, confidandosi con il quale un giorno la nonna ebbe a dirgli, in dialetto romagnolo: “Me l’han masà i inglès” («Me lo hanno ammazzato gli inglesi»).

Uno dei capitoli più intriganti, il quattordicesimo, intitolato “L’altra faccia di Claretta”, è un’inchiesta a fondo sul ruolo giocato dall’amante del Duce negli ultimi tempi di Salò. Oltre all’iconografia dominante, in cui fascisti e antifascisti riconoscono alla figura della Petacci una nobiltà d’animo, un disinteresse personale e un coraggio ammirevoli (dei quali non è lecito dubitare), esiste una realtà della quale occorre tenere conto: la giovane donna non sempre in modo pienamente consapevole fu a lungo, e fino alla fine, coinvolta in un gioco più grande di lei e di cui tenevano le fila non solo i tedeschi ma anche gli anglo-americani. Non a caso De Gasperi, arrivato al governo, mandò i carabinieri a prendere le carte di Claretta: lettere scambiate tra Mussolini e la Petacci e i diari della donna. E fu impossibile qualunque verifica, perché il governo dispose il segreto. Un segreto che dura tuttora.



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18 giugno 2007
Moralismi e moralità dei vecchi DS
Moralismi e moralità dei vecchi Ds

La vicenda delle ultime intercettazioni sul caso Unipol (D’Alema, Fassino, Consorte) ci spinge ad alcune sommarie considerazioni. Non tanto sull’uso indiscriminato del mezzo di indagine e sulla pubblicazione delle telefonate che troviamo disdicevole, e neppure sulla rilevanza penale di quanto letto, che spetta alla magistratura, bensì sui risvolti morali. Che ci sono non perché valutiamo eticamente scorretto l’incitamento di D’Alema a Consorte, «facci sognare», bensì per l’ironico contrappasso che gli ex comunisti sono costretti a subire, loro che da sempre si sono fatti paladini della celeberrima “questione morale”.

La presunta moralità dei comunisti è una sorta di mitologia che affonda le proprie radici nel farsi della Repubblica. L’apologia della Resistenza, e poi l’uso strategico della cultura come mezzo per la conquista del potere, e poi il richiamo esplicito alla “questione morale”, furono tutti escamotages necessari al Pci per mantenere una credibilità erosa dal cattivo funzionamento del comunismo. Una specie di menzogna protratta all’infinito per mascherare i delitti commessi a milioni. In definitiva, uno strumento retorico utile per chi non aveva altre carte da spendere.

Il tic resta a deformare il volto anche della dirigenza postcomunista. Che appena può si spreca in ridicole difese della moralità politica.
Fa sorridere il continuo allarmismo dei Ds nei confronti di Silvio Berlusconi, il continuo richiamo alla cosiddetta “emergenza democratica” quando si tratta di criticare lecite posizioni del Centrodestra. Perfino lo sciopero fiscale (citato da Berlusconi in modo retorico) ha una sua dignità politica, non meno lecita che gli scioperi di altro tipo. E di certo è meno grave delle illegalità dei centri sociali, delle piazzate dei facinorosi no-global, degli attentati delle nuove Brigate rosse, che però, guarda caso, vengono giudicate con un occhio di riguardo da chi ama molto il moralismo e poco la morale.

Qui sta il punto: il Pci prima, i Ds oggi (domani il Pd?), confondono il moralismo con la moralità. Nessuno si sarebbe scandalizzato delle affermazioni carpite al cellulare di Consorte, se i Ds per primi e in modo stucchevole non avessero fatto della “questione morale” un leitmotiv del loro impegno politico: insistendo sul fatto che non esistevano collegamenti tra il partito e le cooperative, che nessuno di loro si interessava di banche e finanze, che mai e poi mai la politica può essere piegata ad interessi così biechi. Già ai tempi del vecchio Pci, Pier Paolo Pasolini ricordava che «Il moralista dice di no agli altri, l’uomo morale solo a se stesso». Oggi abbiamo a che fare con uomini che sanno dire solo sì a sé stessi.



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12 giugno 2007
Jihad, solo una questione di spirito?
In un libro denso e documentato, David Cook, esperto americano di letterature apocalittiche islamiche, traccia la storia dello “sforzo” musulmano, il “darsi da fare” per raggiungere la santità. Un buono spunto per dei pensierini

Si sa: il jihad è una lama a doppio taglio, spirituale e militare. Lo mostra bene David Cook in Storia del jihad. Da Maometto ai giorni nostri (Einaudi), un corposo e documentato libro su quella che – nota con precisione Roberto Tottoli nella premessa all’edizione italiana – «più che una parola è un capitolo sostanzioso tra le concezioni islamiche ed è, oltre a questo, un concetto dal percorso storico complesso».
Lo studioso americano – che insegna Religious Studies alla Rice University di Houston, in Texas, ed è esperto di tradizioni apocalittiche islamiche – ricostruisce sapientemente il rincorrersi e il sovrapporsi storico e culturale del doppio significato del termine, attingendo soprattutto a fonti arabe-musulmane.

Oggi l’accezione spirituale del concetto viene utilizzata da quei musulmani che, volendosi accreditare come moderati, o desiderando fornire dell’islam una lettura slegata dalla violenza, ne rivendicano la forza, secondo Cook però inutilmente. Testo dopo testo, dal fondatore dell’islam a oggi, Cook mette infatti in luce come l’accezione spirituale del termine proceda da una letteratura secondaria e tarda, insomma posteriore rispetto a quella che ne veicola il senso strettamente militare. Pur restando dunque vero, in teoria, che jihad tolleri un doppio senso, nella pratica e nella storia finisce che l’uno si schiacci sull’altro. O, meglio, l’uno si faccia univocamente spiegare dall’altro.

Il libro di Cook è dunque importante. Uscito originariamente nel 2005, in versione italiana presenta un testo abbondantemente rifatto, così che quella targata Einaudi è, a tutti gli effetti, una seconda edizione riveduta e ampliata, da cui però sono state omesse le ampie appendici testuali presenti nell’originale in inglese. Nel volume Cook scandaglia minuziosamente la lettera coranica e spiega l’essenziale dell'esempio pratico costituito dalla vita di Maometto; poi, fra confraternite e guerrieri,  prende in considerazione gli sviluppi dottrinali durante quello che per noi è l’Alto Medioevo; quindi, fra eretici, ortodossi e teorici fondamentali del jihad quali Ibn  Taymiyya, considera a fondo il confronto fra concezione islamica e “guerra giusta” crociata; quindi risale la storia giungendo alle teorizzazioni del secolo XIX e sul cammino incontra, e spiega, il rigorismo “puritano” dei wahhabiti, il fondamentalismo dei Fratelli Musulmani, il radicalismo combattente sparso per il mondo e il millenarismo apocalittico.

Il trucco c’è e si vede
Dalle sue pagine emerge dunque evidente un dato. Che in casi come questi la filologia, scienza per altro apprezzabilissima, serve a ben poco.
Ora, i musulmani non amano la traduzione di jihad in “guerra santa”, che sentono troppo cristiama, troppo mutuata dalla Crociata. Ne rivendicano invece il senso primo, letterale, di “sforzo”, che Cook spiega con “darsi da fare”. Tutto sommato, così ne viene fuori un bel concetto; quasi l’evangelico lavoro alacre nelle vigne del Signore. Un concetto di suo non certo ignoto e invero non distante da altri analoghi presenti in molte tradizioni religiose, segnatamente nell’ebraismo e nel cristianesimo, dove suggerisce l’impegno che spetta all’uomo di fede onde guadagnarsi la santità.

Solo che qui, nel contesto islamico, lo “sforzo” è letterale e il Signore per cui ci si “dà da fare” e Allah, quello i cui fedeli sono muslim, “sottomessi”. Non uomini liberi della libertà dei figli di Dio, di cui parlano per esempio le Scritture giudeo-cristiane.
In ambiente islamico, cioè, il “darsi da fare” è lo sforzarsi il più possibile per fare la volontà di Allah, la quale non ammette mediazioni. Indi per cui lo “sforzo” è quello di sottomettersi a lui e a lui di sottomettere. In un contesto positivamente privo di sfumature, lo “sforzo” diviene allora diretto, fisico, materiale. Non sarà sempre e solo “guerra” in senso stretto, ma sarà pur sempre e solo un “darsi da fare” in tutti i modi affinché Allah si compiaccia dei sottomessi.

Eccolo qui il trucco dello jihad dal doppio significato, l’uno “sforzo” spirituale, l’altro il non-amato ma preciso concetto di “guerra santa”.
La differenza è inizialmente sottile, ma l’angolo che poi apre è enorme. L’accezione spirituale del termine dice che l’essenza del concetto è assolutamente, squisitamente religiosa. Su questo vi sono pochi dubbi. Ma la questione è che la “teologia” islamica, la quale non riconosce autonomia alcuna alla speculazione filosofica, glossa immediatamente il “darsi da fare” nell’agire sociale. E questo comporta la creazione della umma, la comunità dei veri credenti (=sottomessi ad Allah), politicamente organizzata per esempio in un califfato dove il letteralismo coranico è diritto dello “Stato” (le virgolette sono di rigore).

Ora, siccome la conquista alla fede islamica è sottomissione, e dato che di regola gli uomini amano poco farsi sottomettere, lo scontro è inevitabile. Peraltro, il jihad come “sforzo” religioso sulle vie di Allah non solo resta, ma è determinante; solo che la cifra della sua spiritualità è la conquista con qualsiasi mezzo, ergo la guerra.
Per questo il jihad rimane una “guerra santa” senza paragoni (e diversissima dalla “guerra giusta” cristiana) quanto a irriducibilità, a determinazione, persino a crudeltà (per la gloria di Allah nulla è troppo), certo a capacità di protrarsi magari pure carsicamente ma sempre inesorabilmente per anni, decenni e secoli, di generazione in generazione, meditando sull’obiettivo, affinando le tecniche, perseverando nella costanza. Una “guerra permanente” per sottomettere e per sottomettersi ad Allah, e così guadagnare il paradiso. Una guerra continua che non conosce (perché non può conoscere) concetti come “pace”, “tregua” (figurarsi tregua Dei), compromessi o trattati, se non per ciò che essi valgono per gli avversari: ossia solo come strumenti strategici da rivolgere contro i nemici, cogliendoli di sorpresa quando li si infrangono.

Parole, parole...
È del resto questo il destino della lingua araba usata dall’islam, ossia caricata della plurisecolare storia islamica, espansionistica manu militari sin dal primo giorno. La lingua, cioè, con cui favella Allah, l’unica che fa del Corano un testo sacro (in traduzione è solo letteratura, non verbo rivelato), quella in cui ogni sottomesso deve imparare, anche a forza – “sforzato” – di pregare (ogni islamizzazione è infatti anche un’arabizzazione).
In coda al libro, Cook fornisce un glossario dei termini più ricorrenti nella letteratura arabo-musulmana, utile non tanto come vocabolario (un po’ tutti ci siamo fatti una idea di ciò che alcuni termini ricorrenti ormai anche da noi significano, e questo con precisioni mediamente accettabili), ma come ideario.

Si prenda amir. Significa “emiro”, certo: quello con il turbante da Le mille e una notte sì, ma vuol dire pure “comandante”, è la cosa assume subito contorni già meno fiabeschi. Oppure dhimmi, che in sé significa “protetto”, ma che è l’etichetta appiccicata a cristiani ed ebrei allorché, pagando le tasse al califfato, hanno almeno salva la vita (pecunia non olet) ma nessun diritto. O ancora fatwa: “parere legale”, ovvio, ma quindi strumento con cui certe autorità musulmane (senza che ve ne sia una centrale e superiore con potere di scomunica, di ortodossia e di sanzioni disciplinari) possono condannare a morte un nemico e mobilitare contro di lui tutti i “veri sottomessi” (chi dice chi lo è e chi no, chi dice chi può appellarsi a loro o no, chi dice chi può arrogarsi il diritto di parlare a nome loro o no?). E infine shari’a, la “legge religiosa islamica” che totalitariamente appiattisce il temporale sullo spirituale negando diritto naturale, libertà e coscienza all’uomo, imponendogli di credere che a Dio piacciono gli schiavi. Quando si dice la guerra delle parole...



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8 giugno 2007
C'é Qualcosa di sbagliato?
(Da "La difesa della razza", direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2).

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.

5. È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.

6. Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
 



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8 giugno 2007
Bello Sbaglio, "signor" Ministro, bello Sbaglio

"Dire ne voglio, sentir non ne posso”…


Questa frase mi è stata insegnata molti anni fa da un ufficiale di marina a bordo del glorioso “Caio Duilio”, un cacciatorpediniere che non c’è più…

Significa che i militari reclamano come sacro il diritto di criticarsi fra loro, ma non permettono a nessun “laico” di farlo dall’esterno.


Il Ministro dell’Economia dal suo podio del Senato ha dato dello “sleale” al Generale Speciale…

Grandissimo errore, Schioppettone si è fatto quasi trecentomila nemici in un colpo solo!

E’ come se l’avesse fatta dentro l’impianto centrale del climatizzatore nella Sala Nervi in Vaticano, quella sala contiene diecimila persone…

Nessuno si è salvato dagli schizzi, tranne i militari che stavano fuori, quelli schierati a sinistra perché tengono famiglia,che però che da oggi saranno considerati veri e propri traditori.

Hanno ragione Castelli e Matteoli…

Hanno detto al Ministro che sarà pure un buon economista, ex Banca d’Italia, ma di cose militari non ne azzecca e non ne capisce una mazza…

Soprattutto ignora del tutto il valore di queste persone !

Non doveva, povero Ministro, è stato come dare un calcio ad un paracarri di cemento a piedi nudi…

Si è fatto male, poverino !

Lo schiaffo inferto a Speciale coinvolge l’intera categoria militare –dal caporale al generale- e nulla sarà più come prima, almeno per lungo tempo a venire…

Perché i militari sono una razza pregiata.

Danno peso alle parole, hanno il senso dell’onore, dell’onestà e dell’ubbidienza, sono leali alla Patria per la quale fra le regole d’ingaggio è compreso -e loro lo sanno bene- anche l’estremo sacrificio.

lo hanno dimostrato. Per questo, proprio perché con la vita non si scherza, come l’elefante costoro non dimenticheranno…

Perché come l’elefante loro sono forti e generosi…

Ma terribili con chi fa loro del male.

Bello sbaglio, “signor” Ministro, bello sbaglio!!




permalink | inviato da cagnaccio63 il 8/6/2007 alle 4:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
6 giugno 2007
Un cantiere cultura ora. Al Nord
Le amministrative hanno confermato un dato oggettivo. La Casa delle Libertà vince al Nord. Perché? Anzitutto perché il Nord, centro della produzione, del commercio e dell’intrapresa del Paese, ha oramai una fisionomia propria, persino una storia definita, e qui le ricette che le Sinistre cercano di ammannire al resto dello Stivale non attaccano. Secondo, perché qui su resta determinante la Lega Nord.

Ora, con la Lega il Centrodestra deve decidersi a  fare i conti in modo non estemporaneo. La Lega ha infatti dalla propria una grande forza, che a volte è pure la sua debolezza. È, in buona sostanza, un partito single issue, e ciò significa che è disposta a fare e a disfare alleanze e accordi a seconda della disponibilità politica dell’interlocutore a concederle spazi per fare.
Ora, o il Centrodestra integra gli obiettivi politici che la Lega si prefigge dentro la propria proposta, o la Lega continuerà a sventolare come una minaccia e quindi a vendere al miglior offerente la propria forza elettorale.

Il Centrodestra le carte in regola per accogliere pure la politica single issue della Lega le ha, giacché essa mira a quella riduzione della pressione fiscale e a quella sua “federalizzazione” che è pure il motivo per cui, in nome della “rivoluzione liberale”, il Nord apprezza soprattutto Forza Italia.
Ma se ciò non accade presto, la Lega potrebbe (come già ha fatto) cercare a sinistra orecchie disposte a turarsi un po’ il naso concedendo con la bocca quanto alla mente ripugna ma nell’urna paga.

E questo porta i nodi al pettine. Nel Nord esiste un sentimento, addirittura un popolo (famiglie, operai, imprenditori, uomini liberi) che politicamente non ha dubbi, a cui però risponde una strategia politica ancora, nonostante tutto, di respiro corto. Il popolo vota cioè Cdl, ma alla Cdl mancano ancora radicamento ed elaborazione.

E quindi? Quindi avete in mente cos’hanno combinato Luca Cordero di Montezemolo e Augusto Bombassei con il Kilometro rosso, il separé dell’high tech industriale che tra Milano e Bergamo lungo la A4 è già il parco scientifico-tecnologico per eccellenza, il paradiso della brugola altamente automatizzata che ospita aziende, centri di ricerca e laboratori? Ebbene serve qualcosa di analogo, cambiato subito il colore, che diventi il cantiere del raccordo culturale tra popolo e politica.

Con i denari (e solo quelli) dell’impresa e i politici per adesso in sala d’aspetto. Un policentro di studio, analisi e proposta che raccolga e organizzi la voce del Nord per poi “venderla” al momento giusto ai politici. Nel mondo lo si fa oramai da un pezzo. Anche perché l’alternativa è l’improvvisazione, la quale talvolta si traduce in colpi di genio, talaltra in illusioni.



permalink | inviato da il 6/6/2007 alle 0:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 giugno 2007
D’Alema, Veltroni, Fassino e la leadership
Non è vero che non ci siano problemi di ricambio generazionale o di leadeship nel Centrosinistra. La presunta giovinezza anagrafica dei tre massimi leader dei Ds – D’Alema, Veltroni, Fassino – è contraddetta dalla loro lunga militanza politica, ormai più che trentennale. E oggi, nel momento in cui si preparano a gestire il governo del Paese (vuoi D’Alema, o in futuro Veltroni), appare in tutta chiarezza la loro stanchezza ideale. «Colpisce la persistenza in tutto quest’ultimo ventennio delle stesse pose, delle stesse attitudini, delle stesse ambizioni con cui questi leader si erano presentati sulla scena italiana. Ma quelle che un tempo volevano essere grandi narrazioni storiche del mondo e della nazione si riducono oggi, sotto il peso degli anni e dell’iterazione forzata a cui questi leader si sono condannati, a poco più che posture rituali di una generazione che ha già dato il meglio di sé».

Questo l’impietoso ritratto che si deduce dal saggio di Andrea Romano, Compagni di scuola (Mondadori, pp.164, e16,50), in cui si analizza l’ascesa e il declino dei postcomunisti. E la critica viene dall’interno, perché Andrea Romano, quarantenne editor della saggistica storica di Einaudi, è uno dei giovani intellettuali che seguì proprio D’Alema nella Fondazione Italianieuropei quando si trattò di attraversare il deserto dell’opposizione, dal 2001 al 2006, ed era necessario preparare nuove strategie culturali.
Ebbene, secondo questa serrata critica (da condividere), alla base del successo e poi dell’insuccesso di questa generazione postcomunista c’è una questione di identità genetica prima ancora che politica, che rende il gruppo dirigente una sorta di famiglia allargata.

D’Alema, Veltroni, Fassino e molti dei loro coetanei sono il frutto dell’ultima stagione di passione politica (tra il 1968 e il 1977) in cui per ragioni diverse, ma bene argomentate da Romano, funzionarono i meccanismi di cooptazione, educazione e sperimentazione sul campo di una nuova classe dirigente all’interno del Pci. E questo ricambio generazionale avvenne nel nome di Berlinguer, non a caso, sebbene in maniere quasi opposte, padre putativo di tutti e tre i citati esponenti.
Certo le strategie di sopravvivenza alla morte di Berlinguer e poi al crollo del comunismo, e le ansie di potere sono diverse e assumono fisionomie particolari – la serietà di D’Alema, l’austerità di Fassino, la gigioneria di Veltroni – sebbene il punto focale resti una sorta di “familismo amorale” con cui questa classe dirigente ha sempre affrontato le crisi e le divergenze all’interno del partito, sentendolo come proprietà quasi personale e privata. Cioè impedendosi un vero confronto politico e preferendo, dice Romano, logiche di posizionamento rituale, che ne fanno una famiglia, ma che impediscono l’esprimersi di una vera e convincente leadership.



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Calma, severa, tacita, compatta,
Ferma in arcione, gravemente incede
la prima squadra, e dietro al Re s'accampa
In chiuse file. Pendono alle selle,
Lungo le staffe nitide, le canne
Delle temute carabine. Al lume
Delle stelle lampeggian le sguainate
Sciabole. Brillan di sanguigne tinte
I purpurei pennacchi, erti ed immoti
Come bosco di pioppo irrigidito.
Del Re custodi e della legge, schiavi
Sol del dover, usi obbedir tacendo
E tacendo morir, terror de' rei,
Modesti ignoti eroi, vittime oscure
E grandi, anime salde in salde membra,
Mostran nei volti austeri, nei securi
Occhi, nei larghi lacerati petti,
Fiera, indomata la virtù latina.
Risonate, tamburi; salutate,
Aste e vessilli. Onore, onore ai prodi
Carabinieri!.




IL CANNOCCHIALE